Sabato 18 MAGGIO 2019
dalle 10.00 alle 18.00
Largo Agnesi

MONTEVECCHIA

Sabato 18 MAGGIO 2019
dalle 10.00 alle 18.00
Largo Agnesi

MONTEVECCHIA

 

Buon compleanno Maria Gaetana Agnesi:
300 + 1

“Dalla versiera al Salto del cavallo”

Seminari e incontri intorno ai numeri e al gioco degli scacchi tra Scienza, Musica, Parole, Pensiero, Innovazione e buone pratiche per la Didattica della Matematica

LA MANIFESTAZIONE

300 anni + 1 dalla nascita della nostra M. Gaetana Agnesi donna straordinaria che ha saputo coniugare l’ impegno umano allo studio all’insegnamento e alla ricerca in matematica, in un’epoca in cui le donne non avevano, se non raramente, accesso a scuole e a ruoli socialmente prestigiosi.

Passata alla storia dei numeri per la nota “Versiera dell’Agnesi “ o “Strega di Agnesi”, “witch of Agnesi”, per via di un’errata traduzione perpetuata nel tempo tra i matematici di lingua anglofona, Maria Gaetana Agnesi ha avuto sopra ogni cosa ben chiara, l’importanza della didattica per la matematica, componendo allo scopo, a partire dal 1748, uno straordinario strumento, dal titolo “Istituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana”. Un manuale di matematica, pensato e scritto per facilitare ed aiutare i giovani nell’apprendimento del pensiero logico analitico, con il desiderio di coinvolgerli nella sua stessa passione per il “gioco dell’universo” dei numeri.

E quest’anno sarà il gioco degli scacchi e il caratteristico “salto del cavallo” – che tanti studiosi matematici ha tenuto impegnati durante l’epoca dell’Agnesi – ad essere il centro del programma della seconda edizione de La Collina della matematica.

MARIA GAETANA AGNESI

Maria Gaetana nasce il 16 maggio 1718, figlia di Pietro Agnesi, feudatario di Montevecchia, e della sua prima moglie Anna Brivio. Dimostra una precoce padronanza delle lingue sia classiche che moderne e una predisposizione sin da piccola ad apprendere, dialogare e discutere tesi di carattere filosofico scientifico, tanto da attirare studiosi ed intellettuali.
Nel 1748, Le Istituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana, rappresentano un’opera pedagogica senza precedenti non solo per i contenuti. L’Agnesi per facilitarne la divulgazione e fruizione decide di scrivere nella lingua italiana e non in quella latina come era la tradizione dell’epoca, affermando di aver «avuto in mira più che ogni altra cosa la necessaria possibile chiarezza».

L’opera delle istituzioni ha grande successo in tutta Europa, viene diffusa e tradotta fino a tutto l’800 in molte lingue. La pubblicazione non passa inosservata neppure negli ambienti ecclesiali, ma tanto ne è il successo, da indurre lo stesso Papa Benedetto XIV ad esprimersi, in una lettera inviata all’Agnesi nel 1750.
Successivamente alla lettera di conferimento papale, il Senato Accademico dell’Università di Bologna decretò nel 1750 la nomina di Maria Gaetana Agnesi. Negli anni dopo la nomina universitaria, Maria Gaetana alterna studio e ricerca alle opere di carità e di preghiera. Nel 1971 assume il compito di direttrice del Pio Albergo dei Poveri nel palazzo donato dalla famiglia dei Trivulzio alla città di Milano. Muore dopo molti anni di servizio e impegno a Milano il 9 gennaio 1799.

IL PROGRAMMA

IN VILLA – Salotto di Villa Agnesi

ingresso libero, posti limitati

Dalle ore 14.30
• Libere Conversazioni tra scienza, storia, scacchi, didattica e diverse abilità con:

Prof. Franco Minonzio
Storico, Docente di Lettere Classiche
“…contenta di essermi con sodo, e vero piacere divertita”. La chiarezza, il metodo, il linguaggio in M. Gaetana Agnesi. Qualche appunto.

• Dott. Lorenzo Lorusso
Direttore dell’UOC di Neurologia e Stroke Unit del Presidio Ospedaliero di Merate ASST – Lecco
Gioco degli scacchi e neuroscienze, processi mentali tra normalità e patologia

• Dott.ssa Patrizia Adamoli
Psicologa, Docente di Tecnologie comunicative e Media Education, Ricercatrice in BioPsicologia
Il Salto del cavallo: strategie di pensiero per la salute, oltre l’ostacolo dei DSA

• Dott. Francesco Levantini
Docente per la Formazione Manageriale in IBM Italia, Politecnico e SDA Bocconi di Milano
Il bianco muove e… vincono tutti!

• Federica Paola Franchini
Istruttrice di scacchi, Musicoterapista
Scacchi didattica e apprendimento

• Ercole Battistini
Consigliere CRL Lombardia, Resp. Istruttori Lombardia, Istruttore nazionale
I benefici degli scacchi

ALL’ESTERNO – Largo Agnesi

Dalle ore 10.00 alle 12.00
• Tutti insieme per il “salto del cavallo”
con gli istruttori di scacchi Federica Paola Franchini e Ercole Battistini.
Brevi corsi di scacchi per bambini e adulti.
Per prenotare: prenotazionescacchi@gmail.com

Ore 14.15
• Partite di scacchi in simultanea
50 giocatori sfidano Luca Moroni, il Campione Italiano di scacchi 2017-2018.
Iscrizioni per giocare la partita: simultaneascacchi@gmail.com

Ore 17.45
• Partita su scacchiera gigante tra non vedenti
giocatrici
Laura Scatà, Campionessa italiana ASCID
Monica De Fazio, Campionessa italiana ASCID “rapid”
Commentatore di partita: Andrea Gori, CM FIDE
Istruttore nazionale FSI

Ore 19.30
• Apericena sulla terrazza “i Giardini di Eva”

Maria Gaetana Agnesi e il gioco degli scacchi

di Adolivio Capece

Il problema del Salto del Cavallo
Il problema ‘scacchistico-matematico’ del “giro del Cavallo”, cioè la possibilità di far percorrere al Cavallo tutta la scacchiera toccando tutte le caselle una volta sola, fu posto già dalla scuola araba che si sviluppò a partire dal VII secolo; un celebre matematico che si interessò molto agli scacchi fu Brahamagupta, di origine indiana, nato nel 598, che elaborò tra l’altro le progressioni algebriche e geometriche, e successivamente, come abbiamo già visto, il famoso matematico Mohammed ben Musa.
Il forte abbinamento tra matematica e scacchi fu dovuto sia al fascino esercitato dal gioco sia al timore che potesse essere vietato dalle autorità religiose, timorose che il troppo tempo dedicato a questo gioco distogliesse i fedeli dagli obblighi religiosi. Per questo ben presto ai matematici si aggiunse il giurista arabo Ash-Shafi che affermò che gli scacchi non erano un ‘gioco’ ma un ‘esercizio mentale per la strategia militare’.
Un notevole contributo alla storia del problema del salto del Cavallo viene fornito dal matematico belga M. Kraitchik nel suo volume “La Mathematique des jeux ou Recreations mathematiques” pubblicato nel 1930.
Tra i primi matematici a fornire delle possibili soluzioni al problema oltre ad Abraham de Moivre va ricordato Eulero (Basilea 1707-Pietroburgo 1783), nel volume “Histoire de l’Academie Royale des sciences et des belles lettres de Berlin”. Nel 1759 Eulero propose una Soluzione di una questione curiosa che non sembra esse­re stata sottoposta ad alcuna analisi: trovare, cioè, una sequenza chiusa di mosse del caval­lo, dal cui punto terminale si potesse tornare in una mossa a quello iniziale.
Il primo studio sistematico del problema fu però opera del matematico e scacchista russo Karl Janisch (1813-1872), che nel libro “Traite’ des Applications de l’Analyse mathematique au jeu des echecs”, pubblicato nel 1862, fornì varie soluzioni, tra le quali alcune che permettevano di formare un ‘quadrato semi-magico’ sommando orizzontalmente e verticalmente i numeri corrispondenti al numero progressivo della mossa del Cavallo (non sembra sia possibile ottenere un vero quadrato magico).
Va notato che il particolare movimento del Cavallo ha sempre colpito molto la fantasia e anche modernamente spesso la frase “ha fatto il salto del Cavallo” viene usata con riferimento soprattutto ai politici, E possiamo ricordare che il percorso effettuata dal Cavallo sulla scacchiera ha ricevuto un’inaspet­tata applicazione nel 1978, quando George Pe­rec lo usò come struttura della narrazione del suo romanzo La vita, istruzioni per l’uso.

Maria Gaetana Agnesi e gli scacchi
Se la “prova provata” che sapesse giocare a scacchi non c’è per Pietro Agnesi, neppure c’è per sua figlia Maria Gaetana.
Sono molti i personaggi illustri appassionati di scacchi per i quali non si ha la ‘prova provata’ che sapessero giocare, mentre per altri la loro passione è stata scoperta per caso o quasi.
Per esempio, giocava a scacchi Niccolò Paganini? Non ci sono riscontri, ma a Genova, al Museo di Strada Nuova (Palazzo Tursi) in via Garibaldi, è conservata la scacchiera di sua proprietà.
Stessa cosa per Cesare Beccaria e i fratelli Verri, tra l’altro più o meno contemporanei degli Agnesi; giocavano a scacchi? Non è provato, anche se c’è un quadro che li immortala mentre giocano in una delle riunioni all’Accademia dei Pugni.
E si è scoperto per caso che Giuseppe Verdi sapeva giocare a scacchi, grazie ad un verbale della polizia di Parigi relativo ad un malore accaduto a De Musset mentre appunto giocavano insieme a scacchi al Cafè de La Regence.
Non si ha la prova provata che Leonardo da Vinci fosse scacchista, nonostante abbia realizzato un ‘rebus’ scacchistico e sicuramente abbia partecipato alla realizzazione del ‘De Ludo Schachorum’ del suo amico Luca Pacioli; tra l’altro visse in ambienti (la corte dei Visconti e quella di Isabella di Mantova) dove gli scacchi erano particolarmente diffusi e giocati.
Per altri c’è invece una testimonianza diretta, grazie a scritti, quadri, citazioni, ecc. L’elenco sarebbe molto lungo, a partire da Dante che nel ‘Paradiso’ cita la leggenda dei chicchi di grano chiesti come ricompensa dall’ideatore del gioco per dare un’idea del numero quasi infinito degli Angeli.
Che giocasse regolarmente lo scrive esplicitamente Camillo Benso di Cavour nel suo ‘Diario’ ricordando che al Caffè Fiorio di Torino una domenica mattina aveva perso due partite e ne era rimasto assai urtato.
Anche Giacomo Leopardi lo scrive esplicitamente in alcune sue opere per esempio quando racconta delle “serate passate a giocare con il padre Monaldo interminabili partite a scacchi.”
Per gli Agnesi non ci sono quadri, non ci sono scritti, nel palazzo di Montevecchia non è rimasto più nulla degli anni in cui vi abitarono.
Tuttavia relativamente a Maria Gaetana c’è una affermazione, per quanto un poco generica, che potrebbe riferirsi agli scacchi nella già citata biografia su di lei scritta da Clifford Ambrose Truesdell III, che parlando del desiderio manifestato da Maria Gaetana di farsi suora e delle condizioni poste al padre quando questi le chiese di non farlo, scrive:
She did ask her father’s permission to become a nun. Horrified that his dearest child should desire to leave him, he begged her to change her mind. She agreed to continue living in his house and caring for him on three conditions: that she go to church whenever she wished, that she dress simply and humbly, that she abandon altogether balls, theatres, and profane amusements.
Cosa possono essere i profane amusements cui fa riferimento Truesdell? E’ possibile che si tratti proprio degli scacchi.
Del resto alla voce “Agnesi” nella ottocentesca Enciclopedia Milanese (cui già abbiamo accennato), compilata da “una società di Professori e Letterati, sotto la direzione del professore Giovanni Berri”, si legge:
“Gaetana. Un vulcano di intelligenza, va dove la porta il cuore. O la mente, che è lo stesso. L’insaziabile donzella attacca e approfondisce uno dopo l’altro ogni ramo dello scibile.”
Con questa premessa, è possibile che non si sia dedicate almeno un po’ agli scacchi?

Vale la pena di leggere tutto il testo della Enciclopedia milanese, che oltre a dirci che Maria Gaetana era anche una brava ‘massaia’, informa che si dedicò alla cura dei fratellini: e gli scacchi erano un ottima maniera per far loro trascorrere il tempo.
“Nel principiare del secolo passato cresceva in una patrizia famiglia milanese una vispa fanciulla, cara delizia de’ parenti e degli amici per prontezza d’ingegno e amabilità di carattere, talché nel 1723 stampavasi un sonetto a lodarla, perché parlasse a cinque anni francamente il francese, e questo era il meno, poiché tosto apprese il tedesco, lo spagnuolo, l’ebraico, e a nove anni sapea sì di greco e di latino che tradusse in greco una mitologia… L’ingegno che appalesava la giovinetta indusse il padre di lei ad iniziarla nello studio della filosofia e delle scienze” ecc.
Regna Maria Teresa, “despota illuminata” in veste di brava madre di famiglia, e lo stile austriaco, dopo secoli di malgoverno spagnolo, ha riportato nel Ducato ordine e tranquillità assai più consoni alla laboriosità degli indigeni (i milanesi, pur detestando gli austriaci, hanno sempre riconosciuto loro buone doti di amministratori)
Maria Gaetana Agnesi ha ventidue anni e un già lungo curriculum di glorie. E’ nata nel 1718, prima figlia del patrizio Pietro Agnesi. La sua casa di via Pantano — a due passi dal glorioso, splendidamente gotico Ospedale Maggiore — è divenuta ben presto uno dei «salotti» più in vista di Milano, per la gioia e la gloria dell’orgogliosissimo papà, che stravede per la figlia. Anzi, per le figlie.
E qui bisogna spendere una parola di elogio per questo padre anticonformista, che fa studiare le sue bambine, a dispetto delle “buone” regole che prescrivono Orazio e ipotenuse ai figli maschi, anche se asini, e ricamo e cucina alle femmine, anche se hanno una mente da premio Nobel. “Ed è ben ragionevole sollecitudine siffatta” avverte l’autore di un’ineffabile, ottocentesca Galleria di giovanette illustri
Nel salotto di via Pantano continuano a sfilare gli intellettuali e i curiosi, sempre più abbagliati da tanta scienza, sempre più disarmati da quel fenomeno di modestia. Gaetana sembra perfino troppo perfetta per essere vera.
Ma tutto questo non è riuscito ad offuscare in Gaetana le virtù femminine della buona massaia. Ce ne assicura il biografo di turno della citata silloge ottocentesca, “Angelo avv. Astolfi”, con questo paradossale elogio: “E’ mestieri con buoni esempi togliere al volgo una falsa idea, e cioè che una fanciulla educata nelle lettere, e nelle alte discipline non riesca, come svagata da quelle mentali speculazioni, a ben reggere le domestiche faccende”.
La signorina Agnesi le regge bene, anzi benissimo. Specialmente dopo la morte della seconda moglie del padre (come già ricordato Pietro ebbe tre mogli e ventuno o ventitrè figli) prende sempre più su di sé il governo della casa, alternando le brillanti discussioni filosofiche alle lezioni di grammatica ai fratellini. ”
Non dimentichiamo che a quell’epoca non c’era la televisione, non c’era la playstation e quindi gli scacchi erano un ottima maniera per tener buoni e far trascorrere il tempo anche ai più piccoli…
Un’ultima notazione, tornando al ‘salotto Agnesi’: alcuni testi dicono che ospitò anche Wolfgang Amadeus Mozart, insieme al padre e alla sorella, i quali, detto tra parentesi, erano entrambi appassionati di scacchi.
Non va dimenticato che Teresa Agnesi, sorella minore di Gaetana, era una brava musicista.
In realtà sembra che questa affermazione si falsa, dato che la serata in onore di Mozart fu quella del del 7 febbraio 1770 e che l’incontro non avvenne a casa Agnesi ma altrove; è certo comunque che Teresa vi abbia partecipato insieme ad altri protagonisti della Milano teatrale e musicale, ma non si sa se ci fosse anche Gaetana.

Per poter meglio comprendere le figure di Maria Gaetana Agnesi e di suo padre Pietro e il loro rapporto con il gioco degli scacchi, può essere utile fare alcune digressioni sulla storia del gioco e le strette connessioni tra scacchi e matematica.

Una importante citazione di Maria Gaetana Agnesi si trova nel libro “Apologia di un matematico” del noto matematico inglese Godfrey Harold Hardy (1887-1966). Prima di leggerla dobbiamo notare che in questo libro, scritto nel 1940, Hardy spiega anche indirettamente perchè poche donne giocano a scacchi almeno a livello agonistico: anche se Hardy parla solo di matematica e non esplicitamente di scacchi, l‘abbinamento è naturale e logico; ce lo conferma Piergiorgio Odifreddi nel suo articolo ‘Lo scacchista ideale’ : “I legami tra scacchi e informatica sono noti a tutti, soprattutto da quando il computer ha iniziato a battere il campione del mondo. Meno noti, ma non per questo meno significativi , sono i legami fra scacchi e matematica: il gioco si può infatti considerare un vero e proprio sistema formale, il cui unico assioma è costituito dalla posizione iniziale dei pezzi sulla scacchiera, le cui regole determinano come si possono muovere i pezzi e i cui teoremi sono le posizioni di scacco matto.”
Vediamo allora cosa scrive Hardy e la citazione della Agnesi: “Nei secoli le donne erano state dissuase dallo studiare la matematica per i pregiudizi maschilisti: nonostante la discriminazione c’erano state parecchie matematiche che avevano combattuto contro i pregiudizi consolidati.
La prima donna di cui è nota la dedizione alla matematica fu Teano, vissuta nel VI secolo a.C., allieva di Pitagora e poi sua moglie. Nei secoli successivi pensatori come Socrate e Platone avrebbero continuato a invitare donne nelle loro scuole, ma fu solo nel IV secolo d.C., che ci fu una matematica importante, Ipazia, figlia di un matematico di Alessandria. Ipazia, che fu anche filosofa platonica e impegnata politicamente, ebbe una morte atroce quando Cirillo, patriarca di Alessandria, iniziando ad opprimere filosofi, scienziati e matematici come eretici, la fece assassinare, massacrandola.
Dopo la morte di Ipazia la matematica al femminile entrò in un lungo periodo di stagnazione e fu soltanto dopo il Rinascimento che un’altra donna divenne famosa, Maria Gaetana Agnesi, nata a Milano nel 1718, anche lei figlia di un matematico, Pietro, che nel 1737 la fece passare dalle lingue alla matematica. ” A questo punto ci si potrebbe chiedere perchè quanto scritto da Hardy riguarda implicitamente anche gli scacchi. Per capire come e perché gli scacchi e la matematica siano strettamente collegati, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo e tornare all’epoca della ideazione e diffusione del gioco.

Rapporti storici tra scacchi e matematica
E’ ormai appurato che il gioco ha origine orientale: è infatti universalmente accettato che gli scacchi siano nati in India e all’inizio prevedessero quattro giocatori; in seguito con il passaggio alla Persia si trasformarono in gioco a due, assumendo una forma molto simile a quella che oggi noi conosciamo. Questa trasformazione avvenne intorno al 650 d.C. all’epoca di Re Cosroe “dall’anima immortale”, che era riuscito a pacificare il suo regno e a portarvi benessere (il periodo di pace durò – incredibilmente per quei tempi e quelle terre – oltre un quarto di secolo).
Gli scacchi, che sostanzialmente rappresentavano una battaglia in miniature, si configurarono sul modello dell’esercito. L’esercito indiano anticamente prevedeva quattro sezioni base: truppe veloci montate su elefanti, guerrieri a cavallo, salmerie su carri per il trasporto di armi, viveri, ecc., e infine la fanteria, ovvero i soldati a piedi; inoltre ovviamente nella battaglia era presente il Re con i suoi generali. Sulla base di questo schema dell’esercito indiano si sono poi configurati i pezzi per il gioco degli scacchi: ovviamente saranno necessari vari decenni ed a volte secoli perché i pezzi del gioco assumessero la definitiva sistemazione attuale e perché venissero codificate le regole oggi universalmente accettate. Possiamo comunque dire che i nomi dei pezzi non derivano né dall’indiano né dal persiano, ma dall’arabo – vedremo più avanti che furono gli Arabi a diffondere capillarmente il gioco. Le truppe su elefante corrispondono agli Alfieri (per assonanza con il nome arabo dell’elefante, ovvero ‘al-fin’), quelle a cavallo ai Cavalli, quelle su carro (in arabo ‘ruck’) alle Torri (per assonanza con ‘rocca’, ‘rocco’), quelle a piedi ai Pedoni. Quanto al Re rimase ovviamente tale, mentre quella che oggi è la Regina (o Donna) inizialmente non esisteva (impensabile per quelle popolazioni una figura femminile in un esercito) e c’era invece il Generale. La trasformazione in Regina avverrà solamente dopo l’Anno Mille quando gli scacchi arrivarono in Europa.
Torniamo alla storia. Dall’India, tramite i consueti canali degli scambi e dei commerci, il gioco passò in Persia; qui, come abbiamo detto, da gioco a quattro si trasformò in gioco a due e venne chiamato il “Gioco del Re”: in Persia il Re era chiamato Shah e da questo nome si ebbero le varie dizioni, da ‘scacco’ e ‘scacchi’ in italiano, a ‘schach’ in tedesco, ‘chess’ in inglese, ‘echecs’ in francese, ecc. E poiché quando si vinceva, ovvero si uccideva il Re avversario, si diceva “Shah mat!” (ovvero il Re è morto) ecco lo “scacco matto!”. Dalla Persia gli scacchi passarono poi agli arabi, conoscendo un periodo di grande splendore e diffusione. Presso gli Arabi, però, assai spesso per rendere più incerte le partite e soprattutto per evitare che durassero troppo a lungo, si ricorreva all’ausilio dei dadi, lanciando i quali veniva indicato il pezzo da muovere. Ma i dadi erano considerati gioco d’azzardo e quindi proibiti; perciò gli scacchi rischiarono ben presto di fare la medesima fine.
Così gli arabi abolirono definitivamente l’uso dei dadi nel gioco e per valorizzarli al massimo ne esaltarono gli aspetti matematici, materia di cui erano grandi appassionati: molto noto per i suoi studi matematici applicati agli scacchi, fu per esempio Mohammed ben Musa, di origine persiana, dagli arabi detto “el Kuarezmi”, (al-Khwarizmi), vissuto nel IX secolo d.C., e rimasto negli annali storici perché dal suo nome è derivato il termine “algoritmo”, mentre da una sua opera è derivato quello di “algebra”. Fu ai suoi tempi che fu posto per esempio il problema di toccare una sola volta tutte le caselle della scacchiera con il movimento ‘a salto’ del Cavallo, fu ai suoi tempi che nacque la leggenda dei ‘chicchi di grano’ (l’inventore del gioco avrebbe chiesto come ricompensa un chicco sulla prima casella, due sulla seconda, quattro sulla terza e così via sempre raddoppiando), celeberrima e di sapore totalmente matematico.

Donne, matematica e scacchi
Fatte queste premesse possiamo affermare che, come del resto storicamente comprovato, quasi tutti i matematici (e gli appassionati di matematica) giocavano a scacchi.
Torniamo al libro di Hardy, che scrive:
“Molte matematiche erano figlie di professori di matematica e quindi difficilmente potevano evitare di essere immerse nel mondo dei numeri, mentre la maggior parte delle donne con potenziale attitudine per la matematica non poté mai conoscere la materia né venne incoraggiata a studiarla. Inoltre viaggiare da sole per recarsi ad eventuali congressi non era semplice per le donne che non fossero nella rispettabile condizione di donna sposata, ma pochi erano gli uomini disposti a sposare una donna che volesse intraprendere la carriera matematica. Fra tutte le nazioni europee la Francia dimostrò l’attitudine più maschilista verso le donne istruite nella matematica, dichiarando che la matematica era inadatta alle donne e oltrepassava le loro capacità mentali. Tuttavia tra il XVIII e il XIX secolo ci si aspettava che nei salotti della aristocrazia e della ricca borghesia le signorine avessero una sufficiente conoscenza della materia se l’argomento si fosse affacciato in qualche conversazione.” Ma come vedremo in questi ‘salotti‘ si giocava anche molto a scacchi e giocavano sia i ragazzi sia le ragazze, sia gli uomini sia le signore: tra l’altro quando si giocava si stava spesso appartati e questo poteva favorire il corteggiamento…
Continua Hardy nel suo libro: “Così vennero scritti dei manuali per aiutare le giovani a conoscere gli ultimi sviluppi della matematica e della scienza. Per esempio Francesco Algarotti, che riteneva che le donne fossero interessate solo alle avventure sentimentali, cercò di spiegare determinate scoperte attraverso un dialogo galante tra una marchesa e il suo interlocutore; per spiegare la legge di Newton sulla attrazione gravitazionale che è proporzionale all’inverso del quadrato della distanza, la marchesa così si esprime: “Io credo che anche nell’Amore si serbi questa proporzione dei quadrati delle distanze dei luoghi, o piuttosto dei tempi. Così dopo otto giorni di assenza, l’amore è divenuto sessantaquattro volte minore di quel che fosse nel primo giorno.”
Praticamente un parallelo scacchistico!
Oltre a questi manuali citati da Hardy, all’inizio del Settecento, e soprattutto a Milano, proprio per permettere ai borghesi di non sfigurare con la nobiltà (e con i loro ospiti) vennero realizzati piccoli volumetti, in veste molto curate, antesigani dei “manuali di galateo”, che servivano per dare precetti di comportamento. Tra le cose da saper fare per chi voleva frequentare con successo i “salotti” una era saper giocare a scacchi. E tra le regole di galanteria riportate e che era consigliabile rispettare giocando a scacchi con una (giovane) signora, la principale era “lasciarle i pezzi neri affinché, nel contrasto con il colore, la bianchezza delle mani risalti di più.”

Il Settecento, l’affermarsi della borghesia
E’ storicamente confermato che il Settecento fu il secolo in cui più si affermò la passione e la mania per il gioco: vari giochi dell’oca, la dama, ma soprattutto gli scacchi, erano gli svaghi preferiti e praticati proprio nei nascenti salotti “borghesi” da uomini e donne. La borghesia, in pratica il ceto medio, era costituita per la maggior parte da piccoli proprietari e imprenditori. La borghesia raggiunse il proprio apice nel Settecento, grazie alla “rivoluzione industriale” che, segnando l’avvento della produzione di massa, creò i presupposti per quel fenomeno noto con il nome di “capitalismo”. E nei ‘salotti’ della borghesia era normale giocare e soprattutto giocare a scacchi ed era normale che i ragazzi figli dei borghesi (maschi e femmine) imparassero a giocare a scacchi, soprattutto da adolescenti. Si giocava a scacchi soprattutto perché gli scacchi erano un gioco considerato lecito, mentre molti altri erano vietati. Questo perché, almeno formalmente, non c’era la consuetudine di giocarli con in palio somme di denaro, o almeno non con somme consistenti. I giochi che invece favorivano l’azzardo erano vietati: questo valeva per esempio a Venezia, a Genova, dove erano state emanate apposite disposizioni ufficiali in merito. Nel capitolo VII degli “Statuti civili e criminali dell’isola di Corsica’ (isola che allora era sotto il dominio dei liguri) del 1713 si lgge: ‘Dichiariamo però essere leciti i giochi dei tarocchi, scacchi, tavoliero e altri giochi leggieri e di piccol momento, i quali non siano d’azardo”. Ove ‘tavoliero’ sembra essere il gioco della dama, mentre con ‘leggíeri e di piccol momento’ si intendeva appunto che di solito non erano giocati con in palio “pesanti” somme di denaro.
Milano tra l’altro all’epoca era un po’ una capitale degli scacchi.
Si può dire che la passione scacchistica aveva raggiunto vertici elevati già a metà del Seicento, quando alla fine di settembre del 1652 Alfonso Litta (19.9.1608-28.8.1679) era stato nominato arcivescovo di Milano. I Litta erano appassionati di scacchi, nel loro stemma vi era una scacchiera, e questa loro passione era nota al popolo tanto che quando Alfonso entrò in città per prendere possesso della Arcidiocesi il percorso fu addobbato con numerosi riferimenti scacchistici e alla fine fu posta una scacchiera completa di pezzi sulla quale spiccava il motto “ingegno non sorte” (in me vis sortis nulla sed ingenium) per indicare che Alfonso aveva raggiunto la carica non per fortuna ma grazie alle sue capacità. Infine, per quanto come influsso indiretto, non va dimenticato papa Clemente XII (1730-1740) al secolo Lorenzo Corsini (Firenze 7 aprile 1652 – Roma, 6 febbraio 1740), che fu, anche da papa, un provetto giocatore di scacchi: ce ne dà testimonianza l’anonimo autore delle Memorie del pontificato di Clemente XII secondo cui “egli [Clemente XII] amava il gioco per divertimento, specialmente quello degli scacchi, in cui aveva pochi uguali, e meno superiori”. Ciò indusse l’autorevole Pastor in “Storia dei Papi” ad affermare che papa Clemente XII “amava mostrare la sua acutezza nel gioco degli scacchi, in cui era maestro”.
Non va poi dimenticato che nel Settecento ebbe forse il suo massimo splendore il prestigio degli ‘intagliatori’ Lombardi che producevano splendide serie di pezzi di scacchi, molto richiesti dai nobili e dai borghesi, che facevano a gara per accaparrarseli. Alcune serie sono oggi conservata al Museo del Castello Sforzesco di Milano. Viene spontaneo ritenere che anche Pietro Agnesi abbia fatto in modo di averne almeno una.

Pietro Agnesi
E veniamo finalmente alla famiglia Agnesi, in particolare a Pietro, padre di Maria Gaetana.
Non ci sono molte notizie relativamente a Pietro Agnesi. Non è sicura la data di nascita, presumibilmente – anno più anno meno – il 1680, mentre si sa che nel 1740 divenne feudatario di Montevecchia  e che morì nel 1752. Ebbe tre mogli e complessivamente 21 figli. Maria Gaetana nacque dalla prima moglie, secondogenita dopo un figlio maschio. Nel testo di Clifford Ambrose Truesdell III dedicato a Maria Gaetana, leggiamo:
Pietro Agnesi… belonged to a class intermediate between the patricians and the merely rich. Such a bourgeois could have a household fit for a lord, comport himself like a knight, mingle freely with some nobles, occupy himself with the finer things of life, be a patron of men of talent.
Quindi Pietro Agnesi era esponente della ricca borghesia milanese, e in quegli anni investiva le ricchezze familiari nel tentativo di elevare il proprio casato al rango patrizio mediante un generoso mecenatismo per arti, scienza e poesia. Come leggeremo nella ottocentesca Enciclopedia milanese, “la sua casa di via Pantano — a due passi dal glorioso, splendidamente gotico Ospedale Maggiore — è divenuta ben presto uno dei «salotti» più in vista di Milano,” Un salotto in cui venivano invitati intellettuali italiani e stranieri e l’investimento nell’istruzione dei figli facevano parte della sua strategia di ascesa sociale. Tra i molti frequentatori del ‘salotto’ pochi sono quelli dei quali si sa il nome. Uno dei pochi è Charles de Brosses che fu ospite nel salotto Agnesi nel 1739. Diplomatico francese, celebre autore delle vivacissime Lettres familières écrites d’Italie. viaggiatore e salottiero, era anche buon scienziato e appassionato di scacchi. Viste queste notizie così scarse (e a volte contrastanti) su Pietro Agnesi è facile comprendere perché non ci sia la “prova provata” che sapesse giocare a scacchi.
Tuttavia è presumibile che anche nel suo salotto si giocasse a scacchi e quindi è presumibile che Pietro Agnesi conoscesse almeno le regole del gioco e di conseguenza che le abbia insegnate ai figli (maschi e femmine), o che i figli le abbiano imparate dai frequentatori del salotto di casa, altra cosa normale all’epoca e negli anni successivi. Forse la sua conoscenza del gioco non era particolarmente approfondita dal punto di vista tecnico, ma gli scacchi probabilmente gli permettevano un aggancio con il suo interesse per la matematica.
Dobbiamo ricordare che nella biografia su Maria Gaetana di A.Masotti del 1940 si legge che non è vero che Pietro sia stato ’insegnante di matematica’, né a Milano né a Bologna; l’Autore lamenta che questa falsa convinzione è stata poi riportata in numerosi testi.
In pratica si potrebbe dire – con termine moderno – che Pietro si dedicava alla matematica a livello di hobby. E allora ecco che in questa ottica si inseriscono le sue corrispondenze con Jaques Ozanam, matematico francese, che si occupava di ‘matematica ricreativa’ e che nel 1725 pubblicò le Ré­créations mathématiques et physiques, testo nel quale si parla del ‘salto del cavallo’ degli scacchi ovvero una sequenza di mosse che permette a un cavallo, grazie al suo particolare movimento, di percorrere tutta la scacchiera, passando in tutte le caselle una volta e una volta sola: autore di questo studio Abraham de Moivre (1667-1754) noto per le teorie sul calcolo delle probabilità e come ‘arbitro’ nella lite tra Leibniz e Newton per la paternità del calcolo differenziale; da ricordare che, poiché come matematico non guadagnava abbastanza, a un certo punto si dedicò agli scacchi come ‘professionista’.
De Moivre aveva iniziato gli studi sul ‘salto del cavallo’ nel 1722: nelle corrispondenze tra lui e Ozanam si accenna al fatto che alcuni calcoli vennero inviati ad un ‘amico italiano’ per un parere e questo amico potrebbe proprio essere Pietro Agnesi.

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Il salotto di Maria Gaetana Agnesi può accogliere un limitato numero di persone è quindi richiesta una prenotazione per la partecipazione agli eventi in programma.

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SABATO 12 MAGGIO
DOMENICA 13 MAGGIO
MERCOLEDI' 16 MAGGIO